sabato 10 dicembre
ore 22.30
cinema partenio
avellino


Regia: Zhangke Jia
Durata: 120′
Origine: Cina/Francia, 2015
Soggetto e sceneggiatura: Zhangke Jia
Interpreti: Zhao Tao, Yi Zhang, Jing Dong Liang, Zijian Dong, Sylvia Chang
Fotografia: Nelson Yu Lik-wai
Produzione: Arte France Cinéma, Office Kitano

Cina, 1999. Amici d’infanzia Liangzi e Zhang sono entrambi innamorati di Tao, la bella della città. Tao alla fine decide di sposare il ricco Zhang. Hanno presto un figlio di nome Dollar… Dalla Cina all’Australia, le vite, gli amori, le speranze e le disillusioni di una famiglia su più di due generazioni in una società in continua evoluzione. Le montagne possono spostarsi, sarebbe la traduzione letteraria del titolo originale. Ecco, appena scoperta questa verità, è ripartito, si è riavviato un altro film, un’altra storia. Ma Truffaut è presente tra realismo e metafisica dello sguardo? Bene, se proprio non fosse un Jules e Jim giallo, poco ci manca e i Pet Shop Boys potrebbero testimoniare l’affinità elettiva e forse inaspettata. Tensione continua tra fondo e sfondo, lotta continua con l’oppressione della civiltà… dell’immagine, fordiano incastro visivo di corpi e la vita che scorre immobile. Il progresso è una minaccia, in un “touch of zen” avanguardista. Le città inghiottite dalle gole fameliche di Still Life, il lusso che si frappone all’oblio di 24 City, le trasformazioni fagocitanti di Shanghai in I wish I knew, con sguardo disincantato, aspro, frontale, selvaggio. Lo spirito dello spazio e del tempo sembrano muoversi alla stessa velocità della materia immagine. All’inizio di un’esplorazione, per un bisogno di trovare visioni d’insieme stratificate nelle tracce lasciate dalla storia, e, ancora, angoli periferici rimembranti e parziali, in cui perdersi nella poesia della manualità cinematografica, nella tormentata fatica a resistere. Cinema spirituale (come quello di Kitano) che non è propriamente un sogno e neanche un fantasma, a volte vicoli ciechi dell’immaginario, ma il dominio di una scelta esistenziale, di una caparbia e, al tempo stesso, sconvolgente sensualità di sguardo. Microcosmi, sugli spazi stretti, desolanti e scomodi. Sempre corpi in tensione: lo spazio è fatto di intercapedini che si aprono alla precarietà dello sguardo nel cinema, il tempo è in un altro tempo, lotta per fermarsi ma è stravolto dalla natura, dall’uomo. Ancora una volta, sembra di restare fermi ma in realtà si è sempre in bilico, vibrando tra l’astratto e il materico, nel parco d’attrazione digitale che abissa il moderno e annichilisce il reale.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2015