Un bravo medico deve tenere da parte le emozioni, altrimenti rischia di farsi coinvolgere troppo e di non riuscire nel suo lavoro

È la frase dell’inizio de “La ragazza senza nome” (La fille inconnue), il nuovo film dei fratelli e registi belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne, in programma nella Sezione Riprese de Laceno d’oro, che narra i sensi di colpa di una giovane medico, Jenny, per non aver aperto fuori orario la porta del suo studio a una ragazza africana che pochi minuti dopo morirà ammazzata da qualcuno o per incidente. Da quel momento, la vita di Jenny – e non solo la sua – non sarà più la stessa e dilaniata dal senso di colpa, cercherà in tutti i modi di sapere qualcosa in più su quella ragazza senza nome, per non farla scomparire per sempre. Al centro della storia ci sono poi anche le differenze sociali, la disoccupazione, l’emarginazione e l’immigrazione, nella periferia di Liegi, grigia e scura come l’animo di tutti i personaggi.

La metafora però rimane nelle pieghe del racconto, così lo spettatore può arrivarci da solo, con lo scopo, intimo ed etico, di farci riflettere sulle nostre colpe e silenzi. Il grande tema dei film dei Dardenne e di questo in particolare è proprio quello della colpa. Quel che i Dardenne chiedono è il riconoscimento pubblico delle nostre colpe, la nostra assunzione di responsabilità, la nostra trasformazione. Si rivolgono all’individuo per rivolgersi all’Europa, a un’Europa fatta di individui. Lo fanno con il mezzo del cinema, convinti che questa, come le altre arti, non serva soltanto a distrarci e non a metterci in crisi, invece che ad affrontare dilemmi eterni ma anche pressantemente odierni.

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