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Intervista a Théo Verprat, regista del cortometraggio In Campania, In The Winter

Qual è stato il tuo percorso artistico?

All’inizio volevo fare il reporter di guerra. Così ho studiato comunicazione e giornalismo. Ho avuto la possibilità di incontrare insegnanti che mi hanno fatto conoscere il cinema, mi hanno fatto interrogare sulle potenzialità dell’immagine e del suono, scoprire opere e artisti che mi hanno aperto a forme e linguaggi diversi. Così ho gradualmente cambiato direzione. Oggi cerco di avvicinarmi al mezzo audiovisivo come vettore di emozioni, più che come vettore di informazioni.

Parliamo del tuo progetto in concorso al Laceno d’Oro, qual è stata la scintilla? Come è cominciato questo lavoro?

La città di Napoli mi affascina. La trovo bellissima e mi piace molto l’atmosfera che emana. In particolare mi ha colpito il rapporto con la morte, onnipresente in questa città. Quando cammino lì, ho la costante sensazione che la vita conviva con la morte. È qualcosa di molto particolare e che sento solo nelle strade napoletane. Una forma di nostalgia permanente ma che i napoletani hanno, a mio avviso, la capacità di esorcizzare in maniera del tutto naturale. È una forma di accettazione di questa fatalità universale. Forse si tratta di caratteristiche culturali ancestrali? O la presenza di un vulcano pronto a eruttare in qualsiasi momento? Non lo so. Ma è questa sensazione che la città provoca in me che ho voluto trasmettere in questo film. Ho costruito il film come una poesia per avvicinarmi il più possibile a un’emozione che non volevo necessariamente intellettualizzare.

Finalmente il cinema e i festival stanno tornando nelle sale. Pensi che dopo questi due anni il cinema, dalla produzione alla distribuzione e alla fruizione, sia inesorabilmente cambiato?

Mi sembra difficile dare un parere sulla questione in quanto la situazione è ancora presente. Come molti di noi, attribuisco grande importanza ai cinema come luoghi fisici. Il processo di entrare in una stanza e rimanervi immersi per la durata di un film non è affatto lo stesso di quello di guardare un film su un computer o un televisore. E ci tengo davvero. Esserne stati privati è stato molto difficile e penso che la loro scomparsa rappresenterebbe una svolta estremamente negativa nella storia del cinema. Lo stesso vale per i festival in quanto luoghi di incontro, condivisione con il pubblico e opportunità di presentare e vedere film con visibilità limitata. Mi sembra fondamentale. Paradossalmente, il periodo appena trascorso ha spinto diversi festival a sviluppare nuove modalità di diffusione delle proprie selezioni, ad esempio attraverso le piattaforme. Persone lontane dalle grandi città o dai maggiori centri culturali hanno così potuto accedere a queste selezioni. Forse questo apre nuove prospettive. Per quanto riguarda la produzione di film, ho assistito in questo periodo a molte riprese interrotte o rese difficili, alcuni film non potevano nemmeno vedere la luce o vedevano la loro uscita compromessa. Alcuni autori, alcune produzioni hanno sofferto molto. Tuttavia, tendo a pensare che a lungo termine gli esseri umani abbiano la capacità di adattarsi a nuove situazioni e si dice addirittura che la costrizione a volte abbia il vantaggio di stimolare la creatività. Vedremo.

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