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Intervista a Federico Gianotti, regista del cortometraggio Continuity Of Grace

Qual è stato il tuo percorso artistico?

La mia ricerca artistica è sempre stata legata all’immagine, infatti lavoro come direttore della fotografia. Continuity Of Grace è il mio primo cortometraggio di finzione come regista. Sono nato in una zona rurale dell’Argentina, nella Pampa, una zona di vaste distese e di campi infiniti, una pianura immensa che finisce solo all’orizzonte. In quel paesaggio sono cresciuto e ho vissuto fino all’adolescenza; poi sono emigrato in diverse città dell’Argentina e dell’Europa dove il tempo e la distanza stavano generando un cambiamento nel mio modo di vedere e pensare il luogo dove sono nato. Ogni volta che tornavo nella mia città natale, quella pianura apparentemente insignificante e noiosa diventava meno ovvia e più interessante nelle sue sfumature e nella sua storia intima. Inizia così la mia attrazione per questo paesaggio: la pianura come geografia sensibile. Quell’interesse mi ha portato a leggere, a indagare e a cominciare a vedere questo paesaggio come la potenziale ambientazione per molteplici finzioni; finzioni che senza dubbio hanno a che fare, ad un certo punto, con la storia della mia famiglia discendente da immigrati italiani, ma anche con la storia stessa del mio paese, poiché questa pianura è produttrice di cereali e carne, e quelle attività definiscono non solo l’economia ma anche la cultura del mio Paese.

Parliamo del tuo progetto in concorso al Laceno d’Oro, qual è stata la scintilla? Come è cominciato questo lavoro?

Nel 2020, durante l’isolamento obbligatorio da Covid19, mi sono stabilito in una casa di campagna vicino al mio paese natale, circondata da questa pianura rurale di cui parlavo prima. Lì ho vissuto per diversi mesi immerso in questo scenario che non smetteva di impressionarmi per la sua ampiezza. Ho immaginato, allora, quei primi uomini e donne immigrate appena arrivati in quel paesaggio sconvolgente: si erano sentiti come mi sono sentito io davanti a quel paesaggio? Cosa avevano provato quando si erano trovati sotto questi cieli immensi nel mezzo di uno spazio così vasto? Cosa hanno provato quando hanno visto, per la prima volta, nuvole pesanti portare una tempesta?Cosa hanno sognato la prima notte che hanno dormito qui? Questo gioco di fantasia che mi sono proposto mi ha portato a iniziare il cortometraggio. La mia intenzione era quella di avvicinarmi all’esperienza emotiva e soggettiva di qualcuno che arriva in un nuovo paesaggio con l’intenzione di sviluppare la propria vita lì. Mi interessava la fragilità di quel momento. L’immigrato non sa nulla della nuova terra, non sa nulla di ciò che gli riserverà il futuro, non parla nemmeno la lingua locale; la sua esistenza è fragile e in quello stato mi interessa approfondire come affrontiamo la nostra stessa fragilità

Finalmente il cinema e i festival stanno tornando nelle sale. Pensi che dopo questi due anni il cinema, dalla produzione alla distribuzione e alla fruizione, sia inesorabilmente cambiato?

Ritengo che la produzione, la distribuzione e il consumo del cinema abbiano subito grandi cambiamenti negli ultimi decenni e, nello specifico, in termini di consumo, la pandemia ha accelerato il percorso che l’industria stava già intraprendendo: il VOD (video on demand). Personalmente rivendico il cinema perché sento che è l’unico luogo che mi permette di vivere un’opera cinematografica in tutta la sua potenza. D’altra parte, l’ascesa del VOD mi permette di accedere a film da tutto il mondo che altrimenti non vedrei. Spero che il cinema e il VOD possano coesistere, penso che quelli di noi che amano i film apprezzino entrambe le possibilità.

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